I Dialetti della Campania

Dal punto di vista linguistico-dialettale la Campania rientra nella tradizione dei dialetti parlati nel Mezzogiorno d’Italia, dall’Abruzzo al Molise alla Puglia, alla Basilicata fino alla Calabria settentrionale, pur mantenendo regole stilistiche e morfologiche indipendenti e uniche rispetto a questo raggruppamento. Il brano, tratto dalla Guida Rossa Campania del Touring Club Italiano, fornisce una panoramica sulle forme dialettali della regione.

  I dialetti della Campania rientrano nel più ampio raggruppamento di quelli che si parlano, a mezzogiorno dell’Appennino, in Abruzzo , nel Molise, in Puglia, in Basilicata e nella Calabria settentrionale, per certe peculiarità fonetiche, morfologiche e sintattiche che con questi hanno in comune e che non si riscontrano generalmente nelle altre parlate d’Italia.

Sotto il profilo dialettale la Campania non ha una facies omogenea, così come non è omogenea sotto quello fisico e geomorfico. Pur essendo investita da una serie di isoglosse (linee ideali che uniscono i punti che presentano gli stessi fenomeni linguistici) che ne caratterizzano tutta l’area, da punto a punto si colora di varianti soprattutto fonetiche, motivate dalle diverse vicende storiche che si sono susseguite nel tempo sul suo territorio. Inoltre i confini dialettali non coincidono, come è del resto anche per le altre regioni della Penisola, con i confini amministrativi. La maggior parte delle sue peculiarità investe aree più o meno estese delle altre regioni centro-meridionali.

   Caratteristiche essenziali di questi dialetti sul piano del vocalismo, riguardanti in altre parole il comportamento delle vocali, il cui sistema, nel latino classico, era fondato sulla distinzione tra vocali brevi e lunghe e, nel latino volgare, sulla opposizione fonematica tra vocali aperte e chiuse (che si è conservata in tutti i dialetti italiani ad eccezione di quelli del gruppo siculo-calabrese e meridionale-salentino, nei quali le vocali aperte e le vocali chiuse si sono fuse in un’unica vocale), sono la metafonesi, detta appunto napoletana, che si estende a tutti i dialetti centro-meridionali, e la dittongazione condizionata: per effetto delle vocali finali –i e u, le vocali accentate e e o chiuse diventano rispettivamente i e u, mentre le stesse, aperte, si dittongano rispettivamente in ie e uo: mésë “mese” – misë “mesi”, rossa “rossa” / russë “rosso”, ma pèrë “piede”, / pierë “piedi”, porta “porta” / puortë “porto” e ancora Salierno Surriento, liettë, piettë, cuollë, suonnë. Tale vocalismo, come abbiamo già avvertito, non è omogeneo in tutta l’area campana. A Forio d’Ischia, ad esempio, si metafonizza anche la a tonica: àsëna “asina” / ésënë “asino” e “asini”, canë “cane” / chénë “cani”. A Procida fratë “fratello” / frètë “fratelli”, janchë “bianca” / jènche “bianco”. Anche la dittongazione ha esito diverso in questa zona: tàila “tela”, màila “mela”, sàita “seta”, sàurda “sorda”, sàule “sole”, amàure “amore”. Gli stessi esiti si hanno anche a Pozzuoli. La stessa vocale a tonica, sia in sillaba aperta che chiusa, passa ad e per sviluppo spontaneo in diversi punti della provincia di Napoli (Frattamaggiore, Cardito), di quella di Caserta (Aversa, Gricignano, Castelmorrone), di quella di Benevento (Cerreto Sannita): mènë “mano”, nèsë, “naso”, fèttë “fatto”, chèmpë “campo”, crèje “domani” (crajë dal latino CRAS). A Forio d’Ischia e a Pozzuoli si ritrova cca bbèscë “qua giù”, ènne “anno”, annènta “avanti”, ecc. Le vocali postoniche e quelle finali non accettate, infine, hanno in genere un suono indistinto (ë); conservano il loro timbro in provincia di Salerno e in parte di Avellino (dove la e tende a i e la o tende a u). Tipica, per concludere sul piano del vocalismo, è nei dialetti campani l’anaptissi (inserzione di una vocale epentetica in nessi consonantici “difficili” a pronunciarsi: s, r, l + cons.; cons. + l, r): màrëva “malva”, pòllicë “pulce” a Napoli; sòrreva “sorba” a Benevento; quètere “quadro” a Ischia. Fenomeno, quest’ultimo, dovuto al sostrato osco, lingua di antichi abitatori della Campania che già nell’antichità ebbe notevole influenza sul latino regionale (latino di Pompei trichilinium per trichlinium, teremnare per “terminare”).

   Per quanto riguarda il consonantismo, nei dialetti della Campania i gruppi consonantici MB e ND passano rispettivamente a mm e nn: tammurro “tamburo”, chiummo “piombo”, mmasciata “ambasciata”, quannë “quando”, tunnë “tondo”, vénnërë “vendere”. Anche questo fenomeno, esteso a quasi tutta l’Italia centro-meridionale, è dovuto al sostrato linguistico osco-umbro, come dimostrano attestazioni antiche e medioevali (osco upsanna, latino operanda; antico umbro sakrannas, latino sacranda” e bennere in un documento tardo latino dell’anno 826 dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni). Passa in genere a mm anche il gruppo consonantico NV: mmiria “invidia”, mmità “invitare”. In posizione iniziale mm si semplifica talvolta in m: mutë “imbuto”. La B iniziale e interna passa a v: vocca “bocca”, vévë “beve”, aciévërë “acerbo” (con metatesi). In molte parole, per converso, viene raddoppiata: bbene, bbarba, bbastimento; si raddoppia anche in posizione fonosintattica: che bbuò “che vuoi”, tre bbotë “tre volte”, tre bbacchë “tre vacche”. La D iniziale e interna passa a r: rendë “dente”, rurëcë “dodici”, pròrë “prude” nella zona di Napoli, nel Salernitano e nel Casertano. Nella Campania settentrionale invece è resa con una interdentale: ditë Uno sviluppo singolare questa consonante ha nel dialetto ischitano: lendë “dente”, litë “dito”, miélechë “medico”, lumàinichë “domenica”. La D, che diventa r, al plurale, per motivi fonosintattici, si conserva e si raddoppia: o ritë “il dito” / e ddetë “le dita” (Napoli); u litë “il dito” / e ddáite “le dita” (Ischia); na rònola “una donnola” / tre ddònole “tre donnole (Cilento). La G iniziale davanti a consonante e alle vocali a, o, u generalmente cade: razia “grazia”, rillë “grillo”, rotta “grotta”; atta “gatta”, allë “gallo”, unneddë “gonnella” (Ischia). In posizione iniziale, talvolta passa a v: vúvëtë “gomito” (Napoli), vagliu “gallo” (Formicola, CE), vatta “gatta” (Caserta), ma al plurale si raddoppia per i motivi fonosintattici: e ggattë (Napoli), rë ggattë (Procida), li gghiattë (Meta di Sorrento, Ischia). Cade frequentemente anche in posizione mediana:fràula “fragola”, riàlë “regalo”, nià “negare”. Davanti alle vocali e e i passa a j: jénnërë “genero”, jenèsta “ginestra”. A Monte di Procida troviamo jèfië “gafio” da un precedente ghefio. Un caso a sé è denucchië / renucchië “ginocchio”. Entrano di continuo dalla lingua letteraria nel dialetto parole con la g iniziale, che vengono pronunciate con una certa intensità (ggenovesë, ggentilë) e a volte una vocale prostatica di appoggio (aggèntë “gente” come addose “dose”).

   La V passa a m in alcune zone della Campania settentrionale: mèspëru “vespero” (bommèspëru “buona sera”, Ailano, Gallo), mëniva “veniva”. Il gruppo consonantico PL passa a kj chiú “più” (latino plus), chiazza “piazza” (latino platea), , chiovë “piove” (latino plovet). In alcuni centri della provincia di Caserta (Sessa Aurunca, Teano, Liberi) si ha un ulteriore sviluppo nella c palatale: ciava “chiave”, ciù “più”, céno “pieno”, ciòvi “chiodo”. Il gruppo BL in posizione iniziale passa a j: janchë “bianco” e in posizione mediana a gl: neglia “nebbia”, suglia “lesina” (latino sub(u)la); nella Campania settentrionale però negghia e sugghia. Il gruppo consonantico FL ha esiti diversi nei vari dialetti. Nella Campania settentrionale a Caserta e a Napoli passa a š: šatë “fiato”, šorë “fiore”, šummë “fiume”, šuššà “soffiare”; a Ischia, Procida e in provincia di Benevento, a Colle Sannita, passa ad aspirata gutturale: xètë “fiato”, xuccà “fioccare”, xaurë “fiore” (Ischia); xamma “fiamma” (Procida); nella Campania meridionale e nel Cilento passa a j: jatu, jumi, juri. Anche il gruppo LL, che resta inalterato nella Campania centrale (Napoli, Caserta, Benevento città e Salerno città) ha esiti diversi nelle varie zone della regione. Nell’area settentrionale si palatalizza: capigliu “capello”, chigliu “quello”, vaglio “gallo”, vaglina “gallina” (Ailano, Calvi Risorta); nell’area centro-meridionale passa a doppia dd: capiddë “capelli”, cuoddë “collo”, seddë “sella” (provincia di Salerno, Ischia, Procida e Monte di Procida); nell’area sud-orientale passa a doppia dentale cacuminale (la dentale caratteristica di alcuni dialetti siciliani e calabresi che si articola poggiando la punta della lingua – cacumen – retroflessa, agli alveoli degli incisivi superiori) dd: capiddë, ecc. (Acerno, SA; parte orientale della provincia di Avellino, Frigento, Trevico, Andretta, Montella, Flúmeri); passa ancora a gghj a Calitri, AV.: cagghjë “callo”, auciegghië “uccelli” e, infine a r a Castellabate, SA.: chiro, chera “quello, quella” e, in qualche caso, a Procida: chera vacca “quella vacca”. La consonante L seguita da consonante si velarizza in u: áutë “alto”, fáuzë “falso”, cáurë “caldo”, cáucë “calcio”, ma abbiamo anche le forme scivëtë “scelto”, còvëtë “còlto”, mèvëzë “milza”, con v come suono di transizione. Nella Campania settentrionale, infine, ed in alcuni punti della provincia di Benevento (Guardia Sanframondi), la sillaba iniziale della parola preceduta dall’articolo ru, u, per effetto di questa vocale, si velarizza: ru cuanë “il cane”, ru muagliu “il maglio”, ru cuavagliu “il cavallo”, ru fuascë “il fascio”, u chuésë “il cacio”, u cualamarë “il calamaio”.

   Sotto il profilo morfologico, l’articolo determinativo ha perduto in Campania quasi dappertutto la consonante iniziale: o solë, a capa, i canë, e ggattë. In alcune zone settentrionali la l si è palatalizzata: gliu canë, glie ritë. In qualche parte la palatalizzazione avviene solo davanti a vocale: glannë, glurzë (Formicola, CE). La forma neutra dell’articolo determinativo, al nord, in genere è ru, il maschile . Nelle altre zone non vi è distinzione. Per quanto riguarda i sostantivi, accanto al maschile e al femminile, si è conservato il genere neutro che si riconosce dal raddoppiamento delle consonanti iniziali, dovuto all’assimilazione con la consonante finale dell’articolo (il – lud): lu ppanë, lu ccasë, ma lu pèrë (Meta di Sorrento); lu llatti, ma lu lupu (provincia di Salerno); o mmelë, o ffiérrë, o bbenë, ma o canë, o patë (Napoli). L’aggettivo possessivo è enclitico (si attacca cioè alla parola cui si riferisce e che precede): mámmëmë “mia madre”, pátëtë “tuo padre”, nepútëvë “i vostri nipoti”. A Napoli l’uso è circoscritto alle persone, ma in provincia di Benevento troviamo anche càsëta “la tua casa”. Quando non è enclitico, si colloca ugualmente dopo il sostantivo: o figlië mië, e mmammë nostë. Per quanto riguarda la flessione nominale, sopravvive in alcune zone una forma di antico plurale in –ora (cfr. il latino pecora, forma plurale passata poi al singolare): prátura (Acerno), ácora, pècuri (Cilento), fícuri (Matese), përtósërë (Penisola Sorrentina), piáttërë, détara, dénocchiërë (Monte di Procida). In relazione al verbo sono diffuse, infine, forme del passato in –etti, -atti, e in –si: përdettë (a Napoli e in provincia përdiéttë), përdéttëmé, pardéttërë, jèttë, facèttë (Napoli, Caserta, Benevento, Salerno); purtattë, accattattë (provincia di Caserta); pigliatti, magnatti (provincia di Benevento); avéze, tënéze, facéze, magnàze, (San Bartolomeo in Galdo, BN); jésë “andò”, dëvënésë “divenne”, pënsésë “pensò” (Basélice, BN). Un’ultima osservazione riguarda i rapporti sintattici. In Campania, come del resto nell’Italia meridionale, il complemento oggetto dopo il verbo transitivo viene retto dalla preposizione a. Si dice infatti chiamma Maria, salutama fratëtë, e vista issë. L’uso si osserva anche in espressioni augurali o di commiserazione: salut’a bbujë, viat’a lloro “beati loro”, pover’a mme, mar’a nnujë “povero me, poveri noi”. Molte di queste caratteristiche dialettali, specie fonetiche, si avvertono anche quando si parla l’italiano.

(Natillo Mauro)

 

 

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